26 October 2020

Differenze contributive sulla retribuzione virtuale, anche in settori diversi dall’edilizia


In linea generale ed a prescindere dal settore di attività del datore di lavoro, la contribuzione previdenziale è dovuta anche in caso di assenze o di sospensione concordata della prestazione che non trovino giustificazione nella legge o nel contratto collettivo, a nulla rilevando la libertà delle parti di modulare l’orario di lavoro e la stessa presenza al lavoro, considerato che l’obbligazione contributiva non solo è svincolata dalla retribuzione effettivamente corrisposta ma va anche rapportata all’orario di lavoro normale stabilito dalla contrattazione collettiva o dal contratto individuale se superiore (Corte di Cassazione, ordinanza 06 ottobre 2020, n. 21479)


Una Corte d’Appello territoriale aveva accolto la domanda di un datore di lavoro, volta ad opporsi ad un verbale ispettivo Inps e ad accertare negativamente la sussistenza del debito per contributi previdenziali. In particolare, la Corte aveva affermato l’inesistenza del debito contributivo in ragione della sospensione, disposta dal datore ed accettata dai suoi dipendenti, per mancanza di commesse, e della corrispettiva obbligazione retributiva.
Avverso tale sentenza ricorre l’INPS, deducendo che la medesima avesse erroneamente escluso la contribuzione nonostante l’autonomia del rapporto contributivo rispetto a quello lavorativo.
Per la Suprema Corte il ricorso è meritevole di accoglimento.
Da tempo, infatti, è affermato il principio giurisprudenziale di autonomia del rapporto contributivo rispetto alle vicende dell’obbligazione retributiva (da ultimo, Corte di Cassazione, sentenza n. 3491/2014).
Da tale principio deriva la regola del cd. minimale contributivo, che prevede l’obbligo datoriale, a prescindere da eventuali pattuizioni individuali difformi nell’ambito del rapporto di lavoro, di rispetto della misura dell’obbligo contributivo previdenziale, in riferimento ad una retribuzione commisurata ad un numero di ore settimanali non inferiore all’orario normale di lavoro stabilito dalla contrattazione collettiva (art. 1, D.L. 9 ottobre 1989, n. 338, convertito in L. 7 dicembre 1989 n. 389), con esclusiva incidenza sul rapporto previdenziale.
Il principio trova il suo fondamento nelle stesse finalità pubblicistiche della contribuzione previdenziale, posto che una retribuzione imponibile non inferiore a quella minima è necessaria per l’assolvimento degli oneri contributivi e per la realizzazione delle finalità assicurative e previdenziali, in quanto, se si dovesse prendere in considerazione una retribuzione imponibile inferiore, i contributi determinati in base ad essa risulterebbero tali da non poter in alcun modo soddisfare le suddette esigenze (Corte costituzionale, sentenza 20 luglio 1992, n. 342).
In relazione a ciò, dunque, in linea generale ed a prescindere dal settore di attività del datore, la regola del cd. minimale contributivo opera sia con riferimento all’ammontare della retribuzione c.d. contributiva, sia con riferimento all’orario di lavoro da prendere a parametro, intendendo per tale l’orario di lavoro normale stabilito dalla contrattazione collettiva o dal contratto individuale se superiore, atteso che è evidente che se ai lavoratori vengono retribuite meno ore di quelle previste dal normale orario di lavoro e su tale retribuzione viene calcolata la contribuzione, non vi può essere il rispetto del minimo contributivo nei termini evidenziati (Corte di Cassazione, sentenza n. 15120/2019).
In definitiva, la contribuzione è dovuta anche in caso di assenze o di sospensione concordata della prestazione che non trovino giustificazione nella legge o nel contratto collettivo, bensì in un accordo tra le parti che derivi da una libera scelta del datore di lavoro (ex multis, Corte di Cassazione, sentenze n. 21700/2009, n. 9805/2011, che hanno superato la diversa soluzione adottata dalla sentenza n. 1301/2006 ed altre precedenti).
Va infatti esclusa la libertà delle parti di modulare l’orario di lavoro e la stessa presenza al lavoro con effetto sull’obbligazione contributiva, considerato che quest’ultima è svincolata dalla retribuzione effettivamente corrisposta e deve essere connotata dai caratteri di predeterminabilità, oggettività e possibilità di controllo. Il che vale anche nel caso di attenuazione o cessazione temporanea dell’attività lavorativa per insussistenza di commesse, essendo tali eventi ricompresi nell’ambito del rischio imprenditoriale che grava sul datore di lavoro in via esclusiva, senza che ciò possa riflettersi sull’obbligo contributivo.