26 October 2020

La sentenza di condanna del fideiussore sconta l’imposta di registro fissa

La Corte di Cassazione ha affermato il principio secondo il quale, in tema di imposta di registro sugli atti giudiziari, alla sentenza di condanna ottenuta dal creditore sia nei confronti del debitore inadempiente che del fideiussore per il recupero di somme soggette ad IVA, non è applicabile l’imposta di registro in misura proporzionale, ma l’imposta in misura fissa. A tal fine è irrilevante che senza che assuma rilievo se la stessa sia emessa contro il solo debitore principale, il solo fideiussore o entrambi, non soggetti IVA.

IL CASO

La controversia trae origine dall’avviso di liquidazione con il quale l’Agenzia delle Entrate ha richiesto il pagamento in misura proporzionale dell’imposta di registro dovuta in relazione ad una sentenza di condanna in solido, di un correntista e dei suoi fideiussori, alla restituzione di un finanziamento e relativi interessi.
La contribuente ha proposto ricorso con il quale ha dedotto, tra l’altro, l’applicazione dell’imposta in misura fissa, avendo la condanna ad oggetto corrispettivi soggetti ad IVA, quali lo scoperto di un conto corrente bancario.
I giudici tributari hanno respinto l’eccezione ritenendo l’imposta di registro correttamente applicata in misura proporzionale in quanto le prestazioni avanzate nei confronti dei fideiussori non erano soggette ad IVA.


La decisione è stata riformata dalla Corte di Cassazione che, al contrario, ha valorizzato la circostanza che le prestazioni fossero soggette ad IVA, seppur in regime di esenzione.

DECISIONE DELLA CASSAZIONE

I giudici della Corte Suprema hanno osservato, preliminarmente, che l’avviso di liquidazione aveva ad oggetto la tassazione, ai fini dell’imposta di registro, di una sentenza di condanna, emessa sia nei confronti del debitore principale che dei suoi fideiussori in solido, alla restituzione di un finanziamento reso nell’ambito di un rapporto di conto corrente, pacificamente soggetto ad IVA, seppure in regime di esenzione.


La disciplina in materia, assoggetta ad imposta di registro gli atti dell’Autorità Giudiziaria ordinaria e speciale riguardanti controversie civili che definiscono, anche parzialmente, un giudizio, prevedendo, in una articolata casistica, fattispecie in cui l’imposta è dovuta in misura fissa ed altre in cui è dovuta in misura proporzionale.
In particolare, sono soggetti ad un imposta proporzionale quelli recanti condanna al pagamento di somme o valori, ad altre prestazioni o alla consegna di beni di qualsiasi natura. Tuttavia, tali atti non sono soggetti all’imposta proporzionale per la parte in cui dispongono il pagamento di corrispettivi o prestazioni soggetti ad IVA; in tal caso, l’imposta si applica in misura fissa.
Si tratta, in altri termini, del principio della cd. alternatività tra l’IVA e l’imposta di registro, che esclude l’applicabilità dell’imposta di registro in misura proporzionale per la registrazione di atti relativi ad operazioni che risultano già assoggettate ad IVA.
La corretta applicazione di tale principio presuppone che in presenza della registrazione di una sentenza di condanna al pagamento di somme venga verificato, preliminarmente, se quelle stesse somme si riferiscano o meno a prestazioni di beni o servizi soggette all’imposta sul valore aggiunto.


A tal fine, nel caso esaminato, la Corte di Cassazione osserva che la sentenza ha ad oggetto un’operazione di finanziamento, che in base alla normativa IVA rientra tra le prestazioni di servizi soggetta all’imposta (prestiti di denaro). La circostanza che per tali prestazioni, la stessa normativa IVA riconosca l’esenzione, non esclude l’applicazione del principio dell’alternatività Imposta di registro – IVA.
In particolare, affermano i giudici, in tema di imposta di registro, la sentenza di condanna che un istituto di credito ottenga per il recupero delle somme dovutegli per un finanziamento, alla luce del principio di alternatività con l’IVA va sottoposta a tassazione fissa, peraltro senza distinzione tra quota capitale e quota interessi, quando questi ultimi non abbiano natura moratoria, ma siano gli interessi convenzionali, e quindi (con la commissione di massimo scoperto e la capitalizzazione trimestrale) il corrispettivo prodotto dall’operazione di finanziamento, trattandosi di prestazioni, ancorché esenti, attratte pur sempre all’orbita dell’IVA.


Rispetto a tale principio, tuttavia, il caso esaminato si caratterizza per la presenza di fideiussori, per cui si concretizzano più rapporti, ciascuno autonomo e scindibile:
– quello fra creditore e debitore principale;
– quello fra creditore e fideiussore;
– quello fra fideiussore e debitore.
Ai fini della corretta tassazione della sentenza rilevano, contemporaneamente, il rapporto creditore/debitore principale, che trova il suo titolo nel finanziamento soggetto ad IVA, ed il rapporto creditore/fideiussore, che trova il suo titolo nella fideiussione, dalla quale è derivata la prestazione di garanzia stipulata tra debitore principale e fideiussore in favore del terzo creditore.

In tali ipotesi, secondo la Corte Suprema, l’elemento dirimente ai fini impositivi è il conseguimento da parte del creditore, soggetto IVA, di un unico titolo esecutivo per il soddisfacimento del proprio diritto, a prescindere dal fatto che tale diritto trovi la sua fonte sia nel rapporto principale con il debitore che in quello di garanzia.
La delineata natura del fatto tassabile comporta, come logico corollario, l’identità del prelievo fiscale, indipendentemente dalla circostanza che l’obbligazione di uno dei debitori discenda da un contratto fideiussorio ed abbia connotazioni di sussidiarietà.
Dunque, risulta decisiva la posizione del creditore, dato che la tassazione investe il titolo esecutivo dallo stesso ottenuto.
In altri termini, se il creditore ha la qualità di “soggetto-IVA”, e se l’adempimento reclamato è riconducibile nell’ambito di una fattispecie che implichi l’insorgenza del suo obbligo di pagare l’IVA, come appunto si verifica per chi conceda un prestito di denaro di cui ha diritto alla restituzione, il provvedimento giudiziale assume la consistenza di condanna ad un pagamento sottoposto all’IVA medesima. Tanto basta per giustificare l’operatività del canone della prevalenza dell’IVA sull’imposta proporzionale di registro, atteso che la relativa regola si ricollega al mero assoggettamento di quel pagamento all’IVA, senza che assuma rilevanza la circostanza che la condanna si rivolga contemporaneamente al debitore principale ed al coobbligato solidale, per il quale la fonte dell’obbligo nasce da un rapporto distinto, quale il negozio costitutivo della fideiussione. Per il creditore la condanna ha sempre ad oggetto un pagamento sottoposto ad IVA, quale che sia il soggetto tenuto al pagamento (il beneficiario del finanziamento od il terzo che abbia offerto garanzia).

PRINCIPIO DI DIRITTO

In conclusione, la Corte di Cassazione ha affermato il seguente principio di diritto: “In tema di imposta di registro sugli atti giudiziari, alla sentenza di condanna ottenuta dal creditore sia nei confronti del debitore inadempiente che del fideiussore per il recupero di somme soggette ad IVA, non è applicabile l’imposta di registro in misura proporzionale bensì, l’imposta in misura fissa, senza che assuma rilievo se la stessa sia emessa contro il solo debitore principale, il solo fideiussore o entrambi, non soggetti IVA.”